|
..Pietro, settantenne vigoroso e,
cinquant'anni prima, gran campione di voga, era tra i più anziani membri
della Società Canottieri, fondata, nell'ultimo giorno di febbraio del primo
anno bisestile del XX secolo, dagli ormai defunti notaio conte Pirolà di
Magenta, filantropo liberale, dal socialista avvocato Aurelio Landi e da don
Giuseppe Ferraris, arciprete di San Mauro, composito gruppo d'amici
innamorati del Po. Pietro era fra i meno abbienti soci della Canottieri;
anzi, era quasi indigente, vivendo della misera pensione d'artigiano
tipografo e degl'interessi d'esigui risparmi. Giovanissimo, era stato
ammesso gratuitamente in società per le sue qualità sportive, ripagando con
le sue vittorie quel favore; ma, superata l'età dell'agonismo, a lui pure
era toccato, a denti stretti, pagare.
Per statuto, ogni quattr'anni, e precisamente il 29 di febbraio, si svolge
nei locali dell'associazione una festa in memoria del dì della fondazione:
festa del tutto spartana in passato; ma, morti ormai da un pezzo i
parsimoniosi fondatori, l'assemblea, nella prescritta maggioranza
straordinaria dei due terzi, votata un'appendice alla carta sociale, aveva
imposto che la festa dovesse invece essere sontuosa, e che il costo ne fosse
coperto da un versamento straordinario. Il povero canottiere attendeva
dunque accorato ogni bisesto febbraio, in quanto l'esborso aggravava per
quell'anno la già pesante quota; ma escludeva senz'altro le dimissioni,
essendo tale la sua passione per la voga da non trascurarla neppure in pieno
inverno e, ormai vedovo e senza figli, null'altro avendo a sua consolazione.
Anzi, affezionato com'era a quei locali che, ormai, sentiva come propri e
alle sue iole, addirittura Pietro s'indignava alla sola idea di congedarsi:
davvero gravissima ingiustizia sarebbe stata, dopo aver vinto per la società
tanti trofei! Purtroppo, erano entrati da alcuni anni nella Canottieri, e
sempre più numerosi eran divenuti per la cooptazione di altri della loro
specie, alquanti ricchi potenti, tutti membri, si sussurrava tra i vecchi e
ormai pochi soci, d'una consorteria che Pietro chiamava, scherzando, degli
gnocchi, avendo orecchiato dall'amico Landi - avvocato e suo antico compagno
di voga, nonché nipote d'uno dei tre fondatori - che idea base della
congrega sarebbe stata una certa filosofia gnostica; e avendo saputo
inoltre, questa volta dalla sussurrante voce del custode, che da quegli
spirituali, come di sé dicevano, gli artigiani come lui eran definiti, con
spregio, materiali, oppure ilici, soggiungeva che stitici, se mai, erano
quelli, e che quei balenghi (*) avrebbero fatto meglio a pensare alle purghe
e alle materie loro. Erano stati i soci pneumatici, forti della loro
maggioranza in assemblea, a proporre e approvare l'appendice statutaria e ad
aumentare sempre più le quote ordinarie anno dopo anno: "Così", soleva dire
per tutti, niente affatto nascostamente, il presidente della società,
"resteranno soltanto i membri di riguardo; e gli altri vadano pure a
razzolare altrove". Era manifesta intenzione di quei potenti di creare un
esclusivo club all'inglese; e nessunissimo interesse mostravano per il
canottaggio, anche se ne amavano la parola, ma solo perché richiamava i
nobili remiganti di Oxford e di Cambridge. Perciò, quasi nulla veniva speso
per curare le barche, e molte ormai giacevano, inutilizzabili, nella darsena
lungo Po sottostante il fabbricato. Era invece intento della nuova
maggioranza di affittare limitrofi terreni offerti dall'indebitato Comune e
realizzarvi per i soci due campi da tennis e una piscina; anzi, non pochi
avrebbero voluto persino un nobilissimo prato da golf; ma questa proposta
aveva dovuto essere scartata per l'insufficienza dell'area. Solo più un due
senza timoniere cercava di tener alto l'onore sportivo della società, sia
per il volonteroso equipaggio sia per i gratuiti allenamenti di Pietro e
dell'avvocato; ma i primi posti, ormai, erano sogno. Ebbene, questo bruttato
panorama sociale era destinato a sconcio anche peggiore.
Per la seconda domenica di gennaio era convocata, come sempre in quella
data, l'assemblea sociale, ed era anno bisestile: All'adunanza, Pietro e i
vecchi soci, per prima cosa e come ogni volta, proposero a presidente
l'avvocato Landi; ma, come costante ormai da un buon decennio, fu rieletto
lo spirituale Sormani, rappresentante per l'Italia dell'enorme cartello
internazionale Oligopol Corporation, e a consiglieri i soliti della sua
cerchia. Per gli altri, cominciò il supplizio: "Dopo contatti ufficiali con
il Comune", annunciò il presidente, "dove, modestamente, abbiamo qualche
amico, i terreni che avremmo voluto affittare possono esserci offerti in
vendita; ben inteso, se noi se ne accetterà il prezzo". Fece scorrere lo
sguardo, in breve pausa, sui visi dei convenuti, vale a dire sulle facce
gaudiose dei nuovi soci e sulle maschere ferali degli antichi; poi continuò:
"È inutile io dica del vantaggio dell'acquisto, che impedirebbe ogni futura
possibile richiesta di restituzione: francamente, spendere per i già
approvati campi da tennis e piscina per poi magari, in avvenire, farci
disdettare il contratto d'affitto e regalare tutto ai dipendenti comunali,
non mi pare da saggi. Naturalmente, nello sperabile caso che quest'assemblea
approvi, l'esborso dovrà essere effettuato entro il primo di febbraio, in
quanto l'opzione d'acquisto è da manifestare al Comune entro il dieci del
prossimo mese, in uno col versamento del tantundem. Quanto al costo degli
impianti, come si deliberò l'anno scorso, sarà coperto dai soci in nove rate
mensili a far capo dal primo marzo". "E quale sarebbe il prezzo del
terreno?", interrogò l'avvocato Landi. Il Sormani sparò una cifra che tolse
il respiro a Pietro; e com'era stato purtroppo certissimo, nella solita
prescritta maggioranza dei due terzi fu approvata la disgraziata proposta;
e, per buon peso, anche un aumento del contributo-festeggiamenti. "Sia
chiaro", proclamò infine, sorridente e consolatorio, il presidente, e
guardando negli occhi proprio il vecchio campione, "che non si può imporre a
chiunque un tale costo: voglio dire che chi non può pagare la quota
straordinaria potrà senz'altro dimettersi, purché entro la fine di
gennaio". "Bontà vostra!", non si trattenne Pietro, con tal voce stentorea
che la udirono persino in portineria.
Per il ventuno del mese, era indetta la prima gara eliminatoria della
stagione, in vista dei nazionali d'autunno di canottaggio. Pietro s'era nel
frattempo dimesso, ma sottolineando nella lettera che ciò faceva contro la
volontà, per impossibilità economica a coprire le quote: desiderava fosse
ben chiara la violenza subita. Tuttavia, essendo ancor socio fino al
trentuno, decise d'accompagnare, per l'ultima volta, il suo equipaggio alla
gara, anche perché l'avvocato, per suoi impegni, non l'avrebbe potuto: "La
società non se lo meriterebbe, ma questi due giovani sì!"; e provvide, come
sempre, ai rigorosi allenamenti degli ultimi giorni e, sino alla fine, diede
soccorso psicologico agli atleti. Il lago d'Iseo, specchio di gara, quella
mattina era grigio, con riflessi violetti, e ininterrotte nuvole coprivano
il cielo; ma non faceva molto freddo: "Tempo da neve! Preparatevi ai
fiocchi", comunicò Pietro ai suoi. Al segnale di partenza, il due senza
restò sùbito indietro. "Anche questa! Addirittura ultimi!": l'allenatore non
s'era trattenuto, neppure accorgendosi che a molti, accanto a lui, era
sfuggito un sorriso, e a una coppia di ragazzi anche una risataccia; e
improvvisamente si scoprì, lui vecchio tipografo anticlericale, a pregare
irrefrenabilmente tutti i santi del cielo! Bene: preavvertiti
dall'allenatore, appena i primi fiocchi arrivarono addosso ai gareggiatori,
i due atleti del nostro, a differenza degli avversari aumentarono di colpo
le palate: un attimo prima che fioccasse, era scoccato in entrambi questo
pensiero: "Pietro è costretto a dimettersi: salutiamolo con una vittoria!";
e il capo voga l'aveva immediatamente manifestato al compagno, proprio
mentre la prima neve li toccava e, con lei, un'improvvisa maggiore forza.
Contro ogni previsione, e sia pur soltanto per poche dita di vantaggio,
tagliarono vincenti la linea finale. Qualcuno aveva risposto alle preghiere
del campione?!
Ebbene, parve proprio che, anche in séguito, qualcuno avesse preso davvero a
cuore il povero Pietro: la stessa sera della vittoria, una famiglia numerosa
di topolini affamati entrò nascostamente nella sua cantina, e iniziò a
rosicchiare con gusto muffiti pacchi che il proprietario vi conservava da
quando, due anni prima, aveva dovuto chiudere la sua tipografia, non avendo
potuto acquistare i nuovi macchinari computerizzati, carissimi! che
l'avrebbero mantenuto in concorrenza coi moderni tipografi: ed essendo un
sentimentale, Pietro aveva trasferito nella sua cantina, in quei pacchi,
tutti i campioni dei suoi passati lavori, e pure quelli dell'antica opera
della buon'anima del padre, fondatore del laboratorio fin dagli albori del
secolo. I topolini, dunque, mangiarono per giorni ampi brani della gustosa
carta che avvolgeva i più antichi stampati; e finalmente, all'alba della
domenica seguente la vittoriosa gara, da uno degli involti cadde a terra la
bozza d'un documento. Proprio quel dì, verso mezzogiorno, essendo invitato a
pranzo dall'avvocato Landi per festeggiare la recente vittoria, Pietro scese
in cantina a prendere una bottiglia del suo vino, da portare in dono; e,
sotto il fascio di luce della tenue lampada, notò il foglio per terra, e lo
raccolse.
"Ah, caro Pietro, se fosse come spero!": l'amico Landi era entusiasta. Il
vecchio campione gli aveva condotto, col vino, anche la bozza ritrovata:
s'era accorto nel leggerla, prima distrattamente e poi con sempre più
eccitato interesse, che poteva davvero essere importante! "Anzi, se è come
spero!", rinforzò l'avvocato: "Controllerò domani all'archivio del
tribunale. Intanto, sappiamo per certo, dalla mia copia dello statuto
sociale, che erano assolutamente legali anche le modifiche statutarie decise
dai soli soci fondatori, purché con loro delibera unanime e per atto scritto
e registrato. Tutto sta a vedere se fecero in tempo a fare quella
registrazione". "Speriamo", sospirò l'artigiano. "Purtroppo, la data sulla
bozza che m'hai portato, 2 aprile 1912, è pericolosamente vicina a quella
della loro morte. L'avvocato ripose in biblioteca un libro commemorativo,
pubblicato per i soli membri dalla Società Canottieri in occasione del primo
cinquantenario, che aveva consultato: "I fondatori furono infatti tutti e
tre inghiottiti dal lago di Garda il 4 di aprile, per un improvviso
fortunale che rovesciò la loro barca. Dunque, vera sicurezza, per ora, non
può esserci: pericolosamente vicine, le due date! Il giorno 2 potrebbe
essere soltanto quello della stesura della privata scrittura, e i fondatori
potrebbero aver dato incarico a tuo padre di stampare quell'appendice
statutaria subito, onde averla pronta da distribuire ai soci non appena
regolarizzato l'atto; e invece non aver poi fatto in tempo a registrarlo
prima di morire. Ma non è mica detta, sai? In quest'altro caso, l'appendice
statutaria sarebbe valida e avrebbe pieno valore anche oggi, pur se mai
comunicata ai soci". "Che Dio ci aiuti!", esclamò spontaneamente Pietro; e,
non riuscendo più a trattenere la propria emozione, liberò un'allegrissima
risata.
La delibera risultò validissima. All'assemblea straordinaria, convocata su
richiesta scritta e documentata del Landi, l'avvocato, presa immediatamente
la parola, comunicò: "Come ognuno potrà verificare presso il tribunale, fa
legalmente parte dello statuto, e non importa che fino a pochi giorni or
sono fosse ignoto, l'appendice che vi leggo: "Noi, notaio conte Ugo Pirolà
di Magenta, presidente, e gli altri sottoscritti membri fondatori don
Giuseppe Ferraris e avvocato Aurelio Landi deliberiamo all'unanimità: Ogni
socio il quale superi i cinquant'anni di associazione viene esentato vita
natural durante dal pagamento di qualunque quota ordinaria o
straordinaria e da qualsivoglia altro onere. Deliberiamo inoltre che la
Società organizzi a ciascuno di loro singolare ricca festa in onore, ne la
quale sarà donata al festeggiato medaglia d'oro 24 carati del peso di
grammi 100 e diploma di benemerito. Come stabilito dall'atto di
fondazione, la nostra decisione, essendo stata da noi presa all'unanimità,
è immodificabile". "I tre nostri fondatori," seguitò l'avvocato,
rivolgendosi all'amico e ad altri sei, soci anch'essi da più di mezzo
secolo, "purtroppo, non poterono mai godere del premio che s'erano
preparato; ma, grazie a loro, ne goderemo ora noi". Mentre i nuovi membri,
che per la prima volta avevano le bocche piegate all'ingiù, si guardavano
fra loro come a dirsi: "C'è mica niente da fare! Qua si tratta di pagare
anche per loro!", i benemeriti soci, finalmente con le bocche all'insù
assaporando i gratuiti campi da tennis e la piscina - e, primo e più
radioso, il vecchio tipografo - corsero a stringere la mano all'avvocato
Landi, che commentò felice: "Un puro caso che il nostro amico abbia trovato
quella bozza, un puro caso meraviglioso! Non è vero, carissimo Pietro?". Il
vecchio canottiere gli rispose con un enigmatico sorriso; poi, alzando gli
occhi al soffitto, esclamò: "Mah!".
Pare che quella stessa notte, ma qui ognuno la veda come desidera,
l'avvocato Landi sognasse, immersi in una gran luce, tre antichi beati
canottieri, già inghiottiti dal Garda, strizzargli l'occhio sorridenti.
-------
(*) Balengo, dal Piemontese, significa stupido.
© Copyright 2001 by Guido Pagliarino |