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All’inizio, quando l’artefice fece lo
strumento, esso era bello e la sua musica era così dolce e limpida che tutti
desideravano averlo.
L’artigiano diede lo strumento a una giovane
coppia che sapeva l’avrebbe trattato con amore. La coppia non escluse
l’artigiano. Eseguirono per lui le più tenere canzoni; e lo strumento
rispondeva con la sua dolce voce al tocco amorevole della coppia. La giovane
coppia ebbe bambini e anch’essi sonarono lo strumento. A volte i bimbi
sonavano delicatamente, ma altre, come tutti i bambini, sonavano arie aspre,
esprimendo suoni scordati, logorando le delicate corde.
Mentre gli anni passavano, i bambini della
coppia crebbero e se ne andarono da casa. La coppia non aveva canti nuovi da
sonare allo strumento e così lo diede a un giovane, che promise di averne
buona cura. Lo strumento non era felice in questa nuova ignota sede.
Desiderava ardentemente le belle arie della propria gioventù, gli amorevoli
tocchi dell’antica coppia. Benché l’uomo sapesse comporre tre belle sonate
con lo strumento, le sue mani erano sgarbate e le canzoni che eseguiva erano
dure e crudeli per la maggior parte del tempo. Lo strumento urlava al mondo
la propria angoscia, accorgendosi che il suo intimo, a poco a poco, si stava
guastando. Anche quando le tre belle composizioni furono eseguite, lo
strumento non poté cantarle con la sua usuale dolcezza. Infine non fu più in
grado d’esprimere le canzoni dell’uomo; e l’uomo se ne andò, abbandonando lo
strumento. E lì questo sedette - sbattuto, ammaccato, intaccato, graffiato e
dolorosamente senza melodia.
Presto, un gruppo di nuovi musicisti trovò lo
strumento e lo utilizzò sovente per eseguire le proprie canzoni. Alcuni dei
sonatori erano delicati, ma in maggior parte erano tumultuosi, strimpellanti
le note volgarmente e sgradevolmente, solo per passatempo e divertimento. Lo
strumento, contento per il solo fatto d’aver qualcuno lì con lui, rispondeva
meglio che potesse. Provò a insegnare agli esecutori le dolci canzoni del
passato che conosceva, ma i sonatori non ne furono interessati.
Molti anni trascorsero e ormai lo strumento
non poteva più cantare qualcosa, solo restituire le cattive canzoni che
venivano martellate su di lui. Finalmente, quel gruppo di sonatori abbandonò
lo strumento, lasciandolo con le proprie cattive canzoni, l’esterno
ammaccato e le parti interne fiaccate. Lo strumento non aveva idea di come
fosse finito in tale stato. Sua sola consolazione era il ricordo dei bei
canti ch’era stato solito eseguire un tempo, specialmente le tre belle
composizioni create dall’uomo; e stando seduto in solitudine, meditava su
quelle opere.
Un giorno, l’artefice trovò il suo strumento,
e provando afflizione per le condizioni del suo bel capolavoro di una volta,
invitò un gentiluomo a prendersi cura dello strumento. L’uomo dall’animo
gentile portò lo strumento a casa con lui e accarezzò con amore la sua
contusa struttura esterna. Lo lucidò e lo rese ancora piacevole al tatto, ma
quando provò a sonare i suoi canti d’amore, lo strumento non fu all’altezza
d’eseguire un qualcosa di dolce. L’uomo provò frustrazione per non essere in
grado d’aggiustare le parti interne e lo strumento sentì gran compassione
per lui, desiderò d’essere capace di cantare soavemente per quest’uomo
gentile.
Nel buio di una notte solitaria, mentre l’uomo
dormiva, lo strumento si rese conto che c’era un solo modo per cantare
ancora dolcemente. Sperando di non destare l’uomo addormentato, lo strumento
espresse in un urlo il suo rotto canto verso l’artefice, il più forte
possibile. La sua canzone risonò nella notte e a quella dolente melodia
l’artigiano si svegliò. Immediatamente venne allo strumento e iniziò il suo
lavoro. Quando l’alba fu prossima, aveva finito, benché lo strumento fosse
ancora ammaccato, graffiato e tagliuzzato all’esterno, i suoi meccanismi
interni erano stati sostituiti con parti nuove.
Il gentile uomo si svegliò e, trovando
l’artigiano con lo strumento, si meravigliò, dato che quest’artista stava
sonandolo e melodie gloriose ne uscivano facendo cerchia attorno alla sua
forma pesta.
L’uomo gentile, con le lacrime agli occhi,
chiese all’artigiano cosa potesse fare per ringraziarlo.
“Tenga da conto la strumento come ha sempre
fatto”, disse l’artefice, “lo accarezzi e lo lustri con le sue mani
affettuose.
“Ma, signore”, replicò l’uomo gentile, “io non
sono in grado di far sonare questo strumento tanto bene quanto fa lei:
quello è, appieno, il suo fine!”
“Sì”, ribatté l’artigiano. “Quello è, perché
io resterò qui con lei. Io eseguirò le melodie e lo strumento canterà più
dolcemente di quant’abbia mai fatto prima.”
E da quel giorno in poi, lo strumento suona
costantemente, restituendo i bei canti dell’artista. E l’uomo gentile
ascolta e sorride.
Per chi non l’avesse ancora capita,
l’artigiano è Dio e lo strumento sono io.
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