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Sao Paulo, 11 maggio 2007 (Kath.Net)
Carissimi giovani! Cari amici e amiche!
“Se vuoi essere perfetto, và, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri
[...] poi, vieni e seguimi” (Mt 19, 21).
1. Ho voluto ardentemente incontrarmi con voi in questo mio primo viaggio in
America Latina. Sono venuto ad aprire la V Conferenza dell'Episcopato
Latinoamericano che, per mio desiderio, si svolgerà ad Aparecida, qui in
Brasile, nel Santuario di Nostra Signora. Ella ci conduce ai piedi di Gesù,
perché impariamo le sue lezioni sul Regno e ci stimola ad essere suoi
missionari, affinché i popoli di questo «Continente della speranza» abbiano
in Lui vita piena.
I vostri Vescovi del Brasile, nella loro Assemblea Generale dell'anno
scorso, hanno riflettuto sul tema dell'evangelizzazione della gioventù e
hanno messo nelle vostre mani un documento. Hanno chiesto che fosse accolto
e perfezionato da voi lungo tutto l'anno. In questa ultima Assemblea hanno
ripreso il tema, arricchito con la vostra collaborazione, e desiderano che
le riflessioni fatte e gli orientamenti proposti servano come incentivo e
faro per il vostro cammino. Le parole dell'Arcivescovo di San Paolo e
dell'incaricato della Pastorale della Gioventù, che ringrazio, confermano lo
spirito che muove il cuore di tutti voi.
Ieri sera, sorvolando il territorio brasiliano, già pensavo a questo nostro
incontro nello Stadio del Pacaembu, con il desiderio di stringere in un
grande abbraccio molto brasiliano tutti voi, e manifestare i sentimenti che
porto nell'intimo del cuore e che, molto a proposito, il Vangelo di oggi ci
ha voluto indicare.
Ho sempre sperimentato una gioia molto speciale in questi incontri. Ricordo
particolarmente la XX Giornata Mondiale della Gioventù, che ho avuto
l'occasione di presiedere due anni fa in Germania. Anche alcuni di voi qui
presenti sono stati là! È un ricordo emozionante, per i frutti abbondanti di
grazia concessi dal Signore. E non rimane alcun dubbio che il primo frutto,
tra tanti, che ho potuto verificare è stato quello della fraternità
esemplare tra tutti, come dimostrazione evidente della perenne vitalità
della Chiesa per tutto il mondo.
2. Per cui, cari amici, sono certo che oggi si rinnoveranno le stesse
impressioni di quel mio incontro in Germania. Nel 1991 il Servo di Dio Papa
Giovanni Paolo II, di venerata memoria, diceva, nella sua visita nel Mato
Grosso, che i «giovani sono i primi protagonisti del terzo millennio [...]
sono loro che tracceranno il destino di questa nuova tappa dell'umanità»
(Discorso, 16/10/1991). Oggi, mi sento spinto a fare con voi la stessa
osservazione.
Il Signore apprezza, senza dubbio, la vostra vita cristiana nelle numerose
comunità parrocchiali e nelle piccole comunità ecclesiali, nelle Università,
nei Collegi e nelle Scuole e, soprattutto, nelle strade e negli ambienti di
lavoro delle città e della campagna. Ma bisogna andare avanti. Non possiamo
mai dire basta, perché la carità di Dio è infinita e il Signore ci chiede, o
meglio, esige che dilatiamo i nostri cuori, affinché in essi ci sia sempre
più amore, bontà, comprensione per i nostri simili e per i problemi che
coinvolgono non solo la convivenza umana, ma anche l'effettiva preservazione
e la custodia dell’ambiente naturale, di cui tutti facciamo parte. «I nostri
boschi hanno più vita»: non lasciate che si spenga questa fiamma di speranza
che il vostro Inno Nazionale pone sulle vostre labbra. La devastazione
ambientale dell'Amazzonia e le minacce alla dignità umana delle sue
popolazioni esigono un maggior impegno nei più diversi ambiti di azione che
la società vien sollecitando. 3. Oggi desidero riflettere con voi sul testo
di San Matteo (cfr 19, 16-22), che abbiamo appena ascoltato. Parla di un
giovane, il quale corse incontro a Gesù. Merita di essere sottolineata la
sua impazienza. In questo giovane vedo tutti voi, giovani del Brasile e
dell'America Latina. Siete accorsi dalle varie regioni di questo Continente
per il nostro incontro. Volete ascoltare, dalla voce del Papa, le parole di
Gesù stesso.
Avete una domanda cruciale, riferita nel Vangelo, da sottoporgli. È la
stessa del giovane che corse incontro a Gesù: Cosa fare per raggiungere la
vita eterna? Vorrei approfondire con voi questa domanda. Si tratta della
vita. La vita che, in voi, è esuberante e bella. Cosa fare di essa? Come
viverla pienamente?
Comprendiamo immediatamente, nella formulazione della domanda stessa, che
non è sufficiente il “qui” e l'“adesso”; detto altrimenti, noi non riusciamo
a ridurre la nostra vita entro lo spazio e il tempo, per quanto pretendiamo
allargare i suoi orizzonti. La vita li trascende. Con altre parole: noi
vogliamo vivere e non morire. Sentiamo che qualcosa ci rivela che la vita è
eterna e che è necessario impegnarsi perché ciò avvenga. Insomma, essa è
nelle nostre mani e dipende, in certo qual modo, dalla nostra decisione.
La domanda del Vangelo non riguarda soltanto il futuro. Non riguarda solo la
questione del che cosa accadrà dopo la morte. Al contrario, esiste un
impegno con il presente, qui e adesso, che deve garantire autenticità e di
conseguenza il futuro. In sintesi, la domanda pone in questione il senso
della vita. Perciò può essere formulata così: cosa devo fare affinché la mia
vita abbia senso? Cioè: come devo vivere per cogliere pienamente i frutti
della vita? O ancora: che cosa devo fare perché la mia vita non trascorra
inutilmente?
Gesù è l'unico che ci può dare una risposta, perchè è l'unico che ci può
garantire la vita eterna. Perciò è anche l'unico che riesce a mostrare il
senso della vita presente e a conferirle un contenuto di pienezza.
4. Ma prima di dare la sua risposta, Gesù pone in questione la domanda del
giovane sotto un aspetto molto importante: perchè mi interroghi su ciò che è
buono? In questa domanda si trova la chiave della risposta. Quel giovane
percepisce che Gesù è buono e che è maestro. Un maestro che non inganna. Noi
siamo qui perché abbiamo questa stessa convinzione: Gesù è buono. Può essere
che non sappiamo spiegare appieno la ragione di questa percezione, ma è
certo che essa ci avvicina a Lui e ci apre al suo insegnamento: un maestro
buono. Chi riconosce il bene vuol dire che ama. E chi ama, nella felice
espressione di San Giovanni, conosce Dio (cfr 1 Gv 4, 7). Il giovane del
Vangelo ha avuto una percezione di Dio in Gesù Cristo.
Gesù ci assicura che solo Dio è buono. Essere aperto alla bontà significa
accogliere Dio. Così Egli ci invita a vedere Dio in tutte le cose e in tutti
gli avvenimenti, anche laddove la maggioranza vede soltanto assenza di Dio.
Vedendo la bellezza delle creature e costatando la bontà presente in tutte
loro, è impossibile non credere in Dio e non fare un’esperienza della sua
presenza salvifica e confortatrice. Se riuscissimo a vedere tutto il bene
che esiste nel mondo e, ancor più, a sperimentare il bene che proviene da
Dio stesso, non cesseremmo mai di avvicinarci a Lui, di lodarlo e
ringraziarlo. Lui ci riempie continuamente di gioia e di beni. La sua gioia
è la nostra forza.
Ma noi non conosciamo che in misura parziale. Per capire il bene abbiamo
bisogno di aiuti, che la Chiesa ci offre in molte occasioni, soprattutto
nella catechesi. Lo stesso Gesù manifesta ciò che per noi è buono, donandoci
la sua prima catechesi. «Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti»
(Mt 19, 17). Lui parte dalla conoscenza che il giovane certamente ha già
ottenuto dalla sua famiglia e dalla Sinagoga: egli, infatti, conosce i
comandamenti. Essi conducono alla vita, il che vuol dire che ci garantiscono
autenticità. Sono i grandi indicatori che ci additano la strada giusta. Chi
osserva i comandamenti è sulla strada di Dio.
Non basta, però, conoscerli. La testimonianza è più valida della scienza,
ovvero, è la scienza stessa applicata. Non vengono imposti dal di fuori, non
diminuiscono la nostra libertà. Al contrario: costituiscono vigorosi stimoli
interni, che ci portano ad agire in una certa direzione. Alla loro base si
trovano la grazia e la natura, che non ci lasciano fermi. Dobbiamo
camminare. Siamo stimolati a fare qualcosa per realizzarci. Realizzarsi per
mezzo dell'azione, in realtà, è rendersi reali. Noi siamo, in gran parte, a
partir dalla nostra giovinezza, ciò che noi vogliamo essere. Siamo, per così
dire, opera delle nostre mani.
5. A questo punto mi rivolgo di nuovo a voi, giovani, poiché voglio sentire
anche da voi la risposta del giovane del Vangelo: tutte queste cose le ho
osservate fin dalla mia giovinezza. Il giovane del Vangelo era buono.
Osservava i comandamenti. Camminava sulla via di Dio. Perciò, Gesù
fissatolo, lo amò. Riconoscendo che Gesù era buono, diede prova che anche
lui era buono. Aveva un'esperienza della bontà e, pertanto, di Dio. E voi,
giovani del Brasile e dell'America Latina, avete già scoperto che cosa è
buono? Seguite i comandamenti del Signore? Avete scoperto che questa è la
vera e unica strada verso la felicità?
Gli anni che state vivendo sono gli anni che preparano il vostro futuro. Il
«domani» dipende molto dal come state vivendo l'«oggi» della giovinezza.
Davanti ai vostri occhi, miei carissimi giovani, avete una vita che
desideriamo sia lunga; essa però è una sola, è unica: non permettete che
passi invano, non la sperperate. Vivete con entusiasmo, con gioia, ma
soprattutto con senso di responsabilità.
Molte volte sentiamo trepidare i nostri cuori di pastori, mentre costatiamo
la situazione del nostro tempo. Sentiamo parlare delle paure della gioventù
di oggi. Esse ci svelano un enorme deficit di speranza: paura di morire, nel
momento in cui la vita sta sbocciando e cerca di trovare la propria via di
realizzazione; paura di fallire, per non aver scoperto il senso della vita;
e paura di rimanere staccato, di fronte alla sconcertante rapidità degli
eventi e delle comunicazioni. Registriamo l’alta percentuale di morti tra i
giovani, la minaccia della violenza, la deplorevole proliferazione delle
droghe che scuote fino alla radice più profonda la gioventù di oggi. Si
parla per questo, in conseguenza, di una gioventù sbandata.
Ma mentre guardo a voi, giovani qui presenti, che irradiate gioia e
entusiasmo, assumo lo sguardo di Gesù: uno sguardo di amore e fiducia, nella
certezza che voi avete trovato la via vera. Voi siete i giovani della
Chiesa. Vi invio perciò verso la grande missione di evangelizzare i ragazzi
e le ragazze che vanno errando in questo mondo, come pecore senza pastore.
Siate gli apostoli dei giovani. Invitateli a camminare con voi, a fare la
vostra stessa esperienza di fede, di speranza e di amore; a incontrare Gesù
per sentirsi realmente amati, accolti, con la piena possibilità di
realizzarsi. Che anche loro scoprano le vie sicure dei Comandamenti e,
percorrendole, arrivino a Dio.
Potete essere protagonisti di una società nuova, se cercherete di mettere in
pratica una condotta concreta ispirata ai valori morali universali, ma anche
un impegno personale di formazione umana e spirituale di importanza vitale.
Un uomo o una donna non preparati alle sfide reali poste da
un’interpretazione corretta della vita cristiana del proprio ambiente
saranno facile preda di tutti gli assalti del materialismo e del laicismo,
sempre più attivi a tutti i livelli.
Siate uomini e donne liberi e responsabili; fate della famiglia un centro
irradiante pace e gioia; siate promotori della vita, dall'inizio fino al suo
declino naturale; tutelate gli anziani, poiché essi meritano rispetto e
ammirazione per il bene che vi hanno fatto. Il Papa s’aspetta anche che i
giovani cerchino di santificare il loro lavoro, compiendolo con competenza
tecnica e con diligenza, per contribuire al progresso di tutti i loro
fratelli e per illuminare con la luce del Verbo tutte le attività umane (cfr
Lumen gentium, 36). Ma, soprattutto, il Papa si augura che essi sappiano
essere protagonisti di una società più giusta e più fraterna, adempiendo i
doveri nei confronti dello Stato: rispettando le sue leggi; non lasciandosi
trasportare dall'odio e dalla violenza; cercando di essere esempio di
condotta cristiana nell'ambiente professionale e sociale, distinguendosi per
l'onestà nei rapporti sociali e professionali. Si ricordino che la smisurata
ambizione di ricchezza e di potere porta alla corruzione personale e altrui;
non vi sono motivi validi che giustifichino il tentativo di far prevalere le
proprie aspirazioni umane, sia economiche che politiche, mediante la frode e
l'inganno.
Esiste, in ultima analisi, un immenso panorama di azione nel quale le
questioni di ordine sociale, economico e politico acquisiscono un rilievo
particolare, sempre che la loro fonte d'ispirazione siano il Vangelo e la
Dottrina Sociale della Chiesa. La costruzione di una società più giusta e
solidale, riconciliata e pacifica; l’impegno a frenare la violenza; le
iniziative di promozione della vita piena, dell'ordine democratico e del
bene comune e, specialmente, quelle che mirano ad eliminare certe
discriminazioni esistenti nelle società latinoamericane e non sono motivo di
esclusione, bensì di arricchimento reciproco. Abbiate soprattutto grande
rispetto per l'istituzione del Sacramento del Matrimonio. Non potrà aversi
vera felicità nei focolari se, al tempo stesso, non ci sarà fedeltà tra i
coniugi. Il matrimonio è un’istituzione di diritto naturale, che è stata
elevata da Cristo alla dignità di Sacramento; è un grande dono che Dio ha
fatto all’umanità. Rispettatelo, veneratelo. Al tempo stesso, Dio vi chiama
a rispettarvi gli uni gli altri anche nell'innamoramento e nel fidanzamento,
poiché la vita coniugale, che per disposizione divina è riservata alle
coppie sposate, sarà fonte di felicità e di pace solo nella misura in cui
saprete fare della castità, dentro e fuori del matrimonio, un baluardo delle
vostre speranze future.
Ripeto qui a tutti voi che «l'eros vuole sollevarci [...] verso il Divino,
condurci al di là di noi stessi, ma proprio per questo richiede un cammino
di ascesa, di rinunce, di purificazioni e di guarigioni» (Lettera Enciclica
Deus caritas est [25/12/2005], n. 5). In poche parole, richiede uno spirito
di sacrificio e di rinuncia per un bene maggiore, che è precisamente l'amore
di Dio su tutte le cose. Cercate di resistere con fortezza alle insidie del
male esistente in molti ambienti, che vi spinge ad una vita dissoluta,
paradossalmente vuota, facendovi smarrire il dono prezioso della vostra
libertà e della vostra vera felicità. Il vero amore «cercherà sempre di più
la felicità dell'altro, si preoccuperà sempre di più di lui, si donerà e
desidererà "esserci per" l'altro» (Ibid., n. 7) e, perciò, sarà sempre più
fedele, indissolubile e fecondo. Contate per questo sull’aiuto di Gesù
Cristo che, con la sua grazia, renderà questo possibile (cfr Mt 19, 26). La
vita di fede e di preghiera vi condurrà per le vie dell'intimità con Dio e
della comprensione della grandezza dei piani che Lui ha per ogni persona.
«Per il regno dei cieli» (Ibid., v. 12), alcuni sono chiamati ad una
donazione totale e definitiva, per consacrarsi a Dio nella vita religiosa,
«insigne dono della grazia», come è stato dichiarato dal Concilio Vaticano
II (cfr Decr. Perfectae caritatis, 12). I consacrati che si donano
totalmente a Dio, sotto la mozione dello Spirito Santo, partecipano alla
missione della Chiesa, testimoniando la speranza nel Regno celeste tra tutti
gli uomini. Perciò, benedico e invoco la protezione divina su tutti i
religiosi che all'interno della vigna del Signore si dedicano a Cristo ed ai
fratelli. Le persone consacrate meritano veramente la gratitudine della
comunità ecclesiale: monaci e monache, contemplativi e contemplative,
religiosi e religiose dedicati alle opere di apostolato, membri degli
Istituti secolari e delle Società di vita apostolica, eremiti e vergini
consacrate. «La loro esistenza rende testimonianza di amore a Cristo quando
s'incamminano alla sua sequela come viene proposta nel Vangelo e, con intima
gioia, assumono lo stesso stile di vita che Egli scelse per Sé»
(Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita
Apostolica, Istruz. Ripartire da Cristo, n. 5). Auguro che in questo momento
di grazia e di profonda comunione in Cristo, lo Spirito Santo risvegli nel
cuore di tanti giovani un amore appassionato, nel seguire e imitare Gesù
Cristo casto, povero e ubbidiente, totalmente rivolto alla gloria del Padre
e all'amore dei fratelli e delle sorelle.
6. Il Vangelo ci assicura che quel giovane che corse incontro a Gesù era
molto ricco. Intendiamo questa ricchezza non soltanto sul piano materiale.
La stessa giovinezza è una ricchezza singolare. Bisogna scoprirla e
valorizzarla. Gesù l'ha talmente apprezzata che finì per invitare quel
giovane a partecipare alla sua missione di salvezza. Egli aveva in sé tutte
le condizioni per una grande realizzazione ed una grande opera.
Ma il Vangelo ci riferisce che questo giovane, udito l'invito, si rattristò.
Se ne andò abbattuto e triste. Questo episodio ci fa riflettere ancora una
volta sulla ricchezza della gioventù. Non si tratta, in primo luogo, di beni
materiali, bensì della propria vita, con i valori inerenti alla giovinezza.
Proviene da una duplice eredità: la vita, trasmessa di generazione in
generazione, nella cui origine primaria si trova Dio, pieno di sapienza e di
amore; e l’educazione che ci inserisce nella cultura, a un punto tale da
poter quasi dire che siamo più figli della cultura e, pertanto, della fede,
che non della natura. Dalla vita germoglia la libertà che, soprattutto in
questa fase, si manifesta come responsabilità. E il grande momento della
decisione, in una duplice opzione: la prima, riguardo allo stato di vita, e
la seconda riguardo alla professione. Risponde alla domanda: cosa fare della
propria vita? In altre parole, la gioventù si presenta come una ricchezza
perché conduce alla riscoperta della vita come dono e come compito. Il
giovane del Vangelo comprese la ricchezza della propria giovinezza. Andò da
Gesù, il Maestro buono, per cercare un orientamento. Nell'ora della grande
opzione, tuttavia, non ebbe il coraggio di scommettere tutto su Gesù Cristo.
Di conseguenza, se ne andò triste e abbattuto. È ciò che succede ogni volta
che le nostre decisioni vacillano e diventano meschine e interessate. Capì
che gli mancava la generosità, e ciò non gli permise una realizzazione
piena. Si ripiegò sulla sua ricchezza, facendola diventare egoista.´
A Gesù dispiacque la tristezza e la meschinità del giovane che era venuto a
cercarlo. Gli Apostoli, così come tutti e tutte voi oggi, riempirono il
vuoto lasciato da quel giovane che se ne era andato triste e abbattuto. Loro
e noi siamo felici, perché sappiamo a chi crediamo (cfr 2 Tm 1, 12).
Sappiamo e testimoniamo con la nostra vita che soltanto Lui ha parole di
vita eterna (cfr Gv 6, 68). Perciò, con San Paolo possiamo esclamare:
Rallegratevi sempre nel Signore! (cfr Fil 4, 4).
7. Il mio appello odierno a voi, giovani che siete venuti a questo incontro,
è di non sperperare la vostra gioventù. Non cercate di fuggire da essa.
Vivetela intensamente. Consacratela agli alti ideali della fede e della
solidarietà umana. Voi, giovani, non siete soltanto il futuro della Chiesa e
dell'umanità, quasi si trattasse di una specie di fuga dal presente. Al
contrario: voi siete il presente giovane della Chiesa e dell'umanità. Siete
il suo volto giovane. La Chiesa ha bisogno di voi, come giovani, per
manifestare al mondo il volto di Gesù Cristo, che si delinea nella comunità
cristiana. Senza questo volto giovane, la Chiesa si presenterebbe sfigurata.
Carissimi giovani, fra poco inaugurerò la Quinta Conferenza dell'Episcopato
Latinoamericano. Vi chiedo di seguire con attenzione i suoi lavori; di
partecipare ai suoi dibattiti; di accogliere i suoi frutti. Come è accaduto
in occasione delle precedenti Conferenze, anche la presente segnerà in modo
significativo i prossimi dieci anni di evangelizzazione in America Latina e
nei Caraibi. Nessuno deve restare ai margini o rimanere indifferente davanti
a questo sforzo della Chiesa, e ancor. meno i giovani. Voi fate a pieno
titolo parte della Chiesa, la quale rappresenta il volto di Gesù Cristo per
l'America Latina ed i Carabi. Saluto i francofoni che vivono nel Continente
latinoamericano, e li invito a essere testimoni del Vangelo e protagonisti
della vita ecclesiale. La mia preghiera raggiunge in modo del tutto
particolare voi giovani: voi siete chiamati a costruire la vostra vita su
Cristo e sui valori umani fondamentali. Tutti si sentano invitati a
collaborare per edificare un mondo di giustizia e di pace. Carissimi giovani
amici, come il giovane del Vangelo che domandò a Gesù: «Che cosa devo fare
di buono per ottenere la vita eterna?», tutti voi state cercando le vie per
rispondere generosamente alla chiamata di Dio. Prego perché ascoltiate le
sue parole salvifiche e perché diventiate suoi testimoni per le popolazioni
contemporanee. Dio effonda su tutti voi le sue benedizioni di pace e di
gioia.
Carissimi giovani, Cristo vi chiama a essere santi. Lui stesso vi invita e
vuole camminare con voi, per animare con il suo Spirito i passi del Brasile
in questo inizio del terzo millennio dell'era cristiana. Chiedo alla Senhora
Aparecida che vi guidi con il suo aiuto materno e vi accompagni lungo la
vita. Sia lodato nostro Signore Gesù Cristo!
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