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Vaticano, 27 aprile 2007 (Kath.Net/SIR) - I
“responsabili del bene comune” devono “promuovere e difendere” l’istituzione
matrimoniale, e la legge civile non può “equiparare al matrimonio” sancito
dalla nostra Costituzione “comunità affettive di altro genere”. A ribadirlo
è stato il card. Carlo Caffarra, arcivescovo di Bologna, in una conferenza
tenuta ieri sera presso il cinema-teatro Italia di S. Pietro in Casale, dal
titolo “La bontà e la preziosità del matrimonio per la società civile”. Il
matrimonio, ha spiegato il porporato, “costituisce la forma originaria,
l’archetipo ed il paradigma della società umana, ed anche il luogo in cui la
persona umana inizia – nel senso forte del termine – la sua vicenda. Che
dunque i responsabili del bene comune debbano promuovere e difendere questa
istituzione, è una coerente conclusione. Ed infatti presso tutti gli
ordinamenti giuridici il matrimonio ha sempre goduto del favor iuris: le
leggi hanno cercato di favorire – difendere e promuovere – l’istituto
matrimoniale. In Italia – come in altri Paesi – è un obbligo sancito perfino
dalla Costituzione”.
Citando la risoluzione del 18 gennaio 2006, con cui il Parlamento europeo ha
equiparato le coppie omosessuali a quelle fra uomo e donna, Caffara ha
osservato che il riconoscimento delle coppie omosessuali "è un fatto
assolutamente nuovo nella storia dell'umanità". "Non si tratta - ha
puntualizzato il porporato - di giudicare un comportamento personale", né di
"verificare l'esistenza di eventuali discriminazioni di singole persone, e
doverosamente di eliminarle". Grazie a tale risoluzione, infatti,
"l'istituzione matrimoniale è ritenuta non avere più alcun fondamento
naturale, ma è frutto di convenzioni sociali": su questa base, dunque, "la
legge civile può qualificare come 'matrimonio', o comunque equiparare
all'istituzione matrimoniale come fino ad ora era stata pensata, comunità
affettive di altro genere”, con l’intento di “estendere i diritti” di queste
ultime. “Favorire allo stesso titolo per cui lo Stato favorisce il
matrimonio, altre forme di convivenza – è la denuncia di Caffarra – di fatto
significa diminuire quella tutela dell’istituzione matrimoniale che è dovere
grave per chi ha responsabilità politiche”.
“Se nego l’esistenza di relazioni sociali che sono obiettivamente diverse
nella loro qualità etica pubblica; se determino la loro qualità solo in base
al loro rapporto coi desideri e l’autonomia del singolo, la società
diventerà sempre più coesistenza di egoismi opposti”, è il grido d’allarme
lanciato da Caffarra. Stabilire, attraverso l’equiparazione tra matrimonio,
coppie omosessuali ed unioni di fatto, che “il matrimonio è una convenzione
sociale e che pertanto ciascuno può realizzare la propria sfera
affettivo-sessuale secondo i propri desideri e convenzioni di vita avendo
tutti diritto a pari riconoscimento pubblico” – ha ammonito il cardinale –
significa introdurre nell’ordinamento giuridico “un elemento che
obiettivamente lo scardina”, perché “costruisce l’edificio sociale sulla
base di ciò che ciascuno desidera vivere”.
“Costruire la società sulla base dei desideri
di ciascuno equivale a costruire società sempre più di stranieri morali, di
estranei gli uni agli altri, e sempre più conflittuali”, ha concluso
Caffarra citando la Nota della Cei, che definisce la legalizzazione delle
unioni di fatto “inaccettabile sul piano di principio, pericolosa sul piano
sociale ed educativo”.
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