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Vaticano, 23 marzo 2008 (Kath.Net)
Cari fratelli e sorelle!
Nel suo discorso d’addio, Gesù ha annunciato ai discepoli la sua imminente
morte e risurrezione con una frase misteriosa. Dice: „Vado e vengo da voi“
(Gv 14, 28). Il morire è un andare via. Anche se il corpo del deceduto
rimane ancora – egli personalmente è andato via verso l’ignoto e noi non
possiamo seguirlo (cfr Gv 13, 36).
Ma nel caso di Gesù c’è una novità unica che cambia il mondo. Nella nostra
morte l’andare via è una cosa definitiva, non c’è ritorno. Gesù, invece,
dice della sua morte: „Vado e vengo da voi“. Proprio nell’andare via, Egli
viene. Il suo andare inaugura un modo tutto nuovo e più grande della sua
presenza.
Col suo morire Egli entra nell’amore del Padre. Il suo morire è un atto
d’amore. L’amore, però, è immortale. Per questo il suo andare via si
trasforma in un nuovo venire, in una forma di presenza che giunge più nel
profondo e non finisce più.
Nella sua vita terrena Gesù, come tutti noi, era legato alle condizioni
esterne dell’esistenza corporea: a un determinato luogo e a un determinato
tempo. La corporeità pone dei limiti alla nostra esistenza.
Non possiamo essere contemporaneamente in due luoghi diversi. Il nostro
tempo è destinato a finire. E tra l’io e il tu c’è il muro dell’alterità.
Certo, nell’amore possiamo in qualche modo entrare nell’esistenza
dell’altro. Rimane, tuttavia, la barriera invalicabile dell’essere diversi.
Gesù, invece, che ora mediante l’atto dell’amore è totalmente trasformato, è
libero da tali barriere e limiti. Egli è in grado di passare non solo
attraverso le porte esteriori chiuse, come ci raccontano i Vangeli (cfr Gv
20, 19). <
Può passare attraverso la porta interiore tra l’io e il tu, la porta chiusa
tra l’ieri e l’oggi, tra il passato ed il domani. Quando, nel giorno del suo
ingresso solenne in Gerusalemme, un gruppo di Greci aveva chiesto di
vederLo, Gesù aveva risposto con la parabola del chicco di grano che, per
portare molto frutto, deve passare attraverso la morte.
Con ciò aveva predetto il proprio destino: Non voleva allora semplicemente
parlare con questo o quell’altro Greco per qualche minuto. Attraverso la sua
Croce, mediante il suo andare via, mediante il suo morire come il chicco di
grano, sarebbe arrivato veramente presso i Greci, così che essi potessero
vederLo e toccarLo nella fede.
Il suo andare via diventa un venire nel modo universale della presenza del
Risorto, in cui Egli è presente ieri, oggi ed in eterno; in cui abbraccia
tutti i tempi e tutti i luoghi. Ora può oltrepassare anche il muro
dell’alterità che separa l’io dal tu. Questo è avvenuto con Paolo, il quale
descrive il processo della sua conversione e del suo Battesimo con le
parole: „Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me“ (Gal 2, 20).
Mediante la venuta del Risorto, Paolo ha ottenuto un’identità nuova. Il suo
io chiuso si è aperto. Ora vive in comunione con Gesù Cristo, nel grande io
dei credenti che sono divenuti – come egli definisce tutto ciò – „uno in
Cristo“ (Gal 3, 28).
Cari amici, così appare evidente, che le parole misteriose di Gesù nel
Cenacolo ora – mediante il Battesimo – si rendono per voi di nuovo presenti.
Nel Battesimo il Signore entra nella vostra vita per la porta del vostro
cuore. Noi non stiamo più uno accanto all’altro o uno contro l’altro.
Egli attraversa tutte queste porte. È questa la realtà del Battesimo: Egli,
il Risorto, viene, viene a voi e congiunge la vita sua con quella vostra,
tenendovi dentro al fuoco aperto del suo amore. Voi diventate un’unità, sì,
una cosa sola con Lui, e così una cosa sola tra di voi.
In un primo momento questo può sembrare assai teorico e poco realistico. Ma
quanto più vivrete la vita da battezzati, tanto più potrete sperimentare la
verità di questa parola. Le persone battezzate e credenti non sono mai
veramente estranee l’una per l’altra. Possono separarci continenti, culture,
strutture sociali o anche distanze storiche.
Ma quando ci incontriamo, ci conosciamo in base allo stesso Signore, alla
stessa fede, alla stessa speranza, allo stesso amore, che ci formano. Allora
sperimentiamo che il fondamento delle nostre vite è lo stesso. Sperimentiamo
che nel più profondo del nostro intimo siamo ancorati alla stessa identità,
a partire dalla quale tutte le diversità esteriori, per quanto grandi
possano anche essere, risultano secondarie.
I credenti non sono mai totalmente estranei l’uno all’altro. Siamo in
comunione a causa della nostra identità più profonda: Cristo in noi. Così la
fede è una forza di pace e di riconciliazione nel mondo: è superata la
lontananza, nel Signore siamo diventati vicini (cfr Ef 2, 13).
Questa intima natura del Battesimo come dono di una nuova identità viene
rappresentata dalla Chiesa nel Sacramento mediante elementi sensibili.
L’elemento fondamentale del Battesimo è l’acqua; accanto ad essa c’è in
secondo luogo la luce che, nella Liturgia della Veglia Pasquale, emerge con
grande efficacia. Gettiamo solo uno sguardo su questi due elementi.
Nel capitolo conclusivo della Lettera agli Ebrei si trova un’affermazione su
Cristo, nella quale l’acqua non compare direttamente, ma che, per il suo
collegamento con l’Antico Testamento, lascia tuttavia trasparire il mistero
dell’acqua e il suo significato simbolico.
Là si legge: „Il Dio della pace ha fatto tornare dai morti il Pastore grande
delle pecore in virtù del sangue di un’alleanza eterna“ (cfr 13, 20). In
questa frase echeggia una parola del Libro di Isaia, nella quale Mosè viene
qualificato come il pastore che il Signore ha fatto uscire dall’acqua, dal
mare (cfr 63, 11).
Gesù appare come il nuovo Pastore, quello definitivo che porta a compimento
ciò che Mosè aveva fatto: Egli ci conduce fuori dalle acque mortifere del
mare, fuori dalle acque della morte. Possiamo in questo contesto ricordarci
che Mosè dalla madre era stato messo in un cestello e deposto nel Nilo. Poi,
per la provvidenza di Dio, era stato tirato fuori dall’acqua, portato dalla
morte alla vita, e così – salvato egli stesso dalle acque della morte –
poteva condurre gli altri facendoli passare attraverso il mare della morte.
Gesù è per noi disceso nelle acque oscure della morte. Ma in virtù del suo
sangue, ci dice la Lettera agli Ebrei, è stato fatto tornare dalla morte: il
suo amore si è unito a quello del Padre e così dalla profondità della morte
Egli ha potuto salire alla vita.
Ora eleva noi dalla morte alla vita vera. Sì, è ciò che avviene nel
Battesimo: Egli ci tira su verso di sé, ci attira dentro la vera vita. Ci
conduce attraverso il mare spesso così oscuro della storia, nelle cui
confusioni e pericoli non di rado siamo minacciati di sprofondare.
Nel Battesimo ci prende come per mano, ci conduce sulla via che passa
attraverso il Mar Rosso di questo tempo e ci introduce nella vita duratura,
in quella vera e giusta. Teniamo stretta la sua mano! Qualunque cosa succeda
o ci venga incontro, non abbandoniamo la sua mano! Camminiamo allora sulla
via che conduce alla vita.
In secondo luogo c’è il simbolo della luce e del fuoco. Gregorio di Tours
racconta di un’usanza che qua e là si è conservata a lungo, di prendere per
la celebrazione della Veglia Pasquale il fuoco nuovo per mezzo di un
cristallo direttamente dal sole: si riceveva, per così dire, luce e fuoco
nuovamente dal cielo per accendere poi da essi tutte le luci e i fuochi
dell’anno.
È questo un simbolo di ciò che celebriamo nella Veglia Pasquale. Con la
radicalità del suo amore, nel quale il cuore di Dio e il cuore dell’uomo si
sono toccati, Gesù Cristo ha veramente preso la luce dal cielo e l’ha
portata sulla terra – la luce della verità e il fuoco dell’amore che
trasforma l’essere dell’uomo.
Egli ha portato la luce, ed ora sappiamo chi è Dio e come è Dio. Così
sappiamo anche come stanno le cose riguardo all’uomo; che cosa siamo noi e
per che scopo esistiamo. Venir battezzati significa che il fuoco di questa
luce viene calato giù nel nostro intimo.
Per questo, nella Chiesa antica il Battesimo veniva chiamato anche il
Sacramento dell’illuminazione: la luce di Dio entra in noi; così diventiamo
noi stessi figli della luce. Questa luce della verità che ci indica la via,
non vogliamo lasciare che si spenga. Vogliamo proteggerla contro tutte le
potenze che intendono estinguerla per rigettarci nel buio su Dio e su noi
stessi.
Il buio, di tanto in tanto, può sembrare comodo. Posso nascondermi e passare
la mia vita dormendo. Noi però non siamo chiamati alle tenebre, ma alla
luce. Nelle promesse battesimali accendiamo, per così dire, nuovamente anno
dopo anno questa luce: sì, credo che il mondo e la mia vita non provengono
dal caso, ma dalla Ragione eterna e dall’Amore eterno, sono creati dal Dio
onnipotente.
Sì, credo che in Gesù Cristo, nella sua incarnazione, nella sua croce e
risurrezione si è manifestato il Volto di Dio; che in Lui Dio è presente in
mezzo a noi, ci unisce e ci conduce verso la nostra meta, verso l’Amore
eterno.
Sì, credo che lo Spirito Santo ci dona la Parola di verità ed illumina il
nostro cuore; credo che nella comunione della Chiesa diventiamo tutti un
solo Corpo col Signore e così andiamo incontro alla risurrezione e alla vita
eterna. Il Signore ci ha donato la luce della verità.
Questa luce è insieme anche fuoco, forza da parte di Dio, una forza che non
distrugge, ma vuole trasformare i nostri cuori, affinché noi diventiamo
veramente uomini di Dio e affinché la sua pace diventi operante in questo
mondo.
Nella Chiesa antica c’era la consuetudine, che il Vescovo o il sacerdote
dopo l’omelia esortasse i credenti esclamando: „Conversi ad Dominum“ –
volgetevi ora verso il Signore. Ciò significava innanzitutto che essi si
volgevano verso Est – nella direzione del sorgere del sole come segno del
Cristo che torna, al quale andiamo incontro nella celebrazione
dell’Eucaristia.
Dove, per qualche ragione, ciò non era possibile, essi in ogni caso si
volgevano verso l’immagine di Cristo nell’abside o verso la Croce, per
orientarsi interiormente verso il Signore. Perché, in definitiva, si
trattava di questo fatto interiore: della conversio, del volgersi della
nostra anima verso Gesù Cristo e così verso il Dio vivente, verso la luce
vera.
Era collegata con ciò poi l’altra esclamazione che ancora oggi, prima del
Canone, viene rivolta alla comunità credente: „Sursum corda“ – in alto i
cuori, fuori da tutti gli intrecci delle nostre preoccupazioni, dei nostri
desideri, delle nostre angosce, della nostra distrazione – in alto i vostri
cuori, il vostro intimo!
In ambedue le esclamazioni veniamo in qualche modo esortati ad un
rinnovamento del nostro Battesimo: Conversi ad Dominum – sempre di nuovo
dobbiamo distoglierci dalle direzioni sbagliate, nelle quali ci muoviamo
così spesso con il nostro pensare ed agire. Sempre di nuovo dobbiamo
volgerci verso di Lui, che è la Via, la Verità e la Vita.
Sempre di nuovo dobbiamo diventare dei „convertiti“, rivolti con tutta la
vita verso il Signore. E sempre di nuovo dobbiamo lasciare che il nostro
cuore sia sottratto alla forza di gravità, che lo tira giù, e sollevarlo
interiormente in alto: nella verità e l’amore.
In questa ora ringraziamo il Signore, perché in virtù della forza della sua
parola e dei santi Sacramenti Egli ci orienta nella direzione giusta e
attrae verso l’alto il nostro cuore. E lo preghiamo così:
Sì, Signore, fa che diventiamo persone pasquali, uomini e donne della luce,
ricolmi del fuoco del tuo amore. Amen.
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